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 Dal Brescia al Milan, Inzaghi e la foto epica con Abbiati. Ora l’obiettivo salvezza in C. Gori, un portiere molto… rock: “Io, cresciuto in oratorio, l’estate scorsa ho detto subito sì al Pro Piacenza”

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MessaggioTitolo: Dal Brescia al Milan, Inzaghi e la foto epica con Abbiati. Ora l’obiettivo salvezza in C. Gori, un portiere molto… rock: “Io, cresciuto in oratorio, l’estate scorsa ho detto subito sì al Pro Piacenza”   Sab Dic 02, 2017 12:32 am


“Un portiere molto sfigato”. Ma la foto è quella di un bambino sorridente. Biondissimo. “Avevo la paglia in testa”. Ed era il suo primo giorno da portiere. In uno scatto, la felicità di chi ha trovato il suo ruolo, di chi sta per iniziare l’ennesima partita in oratorio, con gli amichetti di tutti i giorni. “Se ci penso… E’ un ricordo davvero bello, perché è bello quel calcio lì, quello di quando sei piccolo, senza pensieri, con i tuoi amici, senza preoccupazioni. Non c’è niente in gioco. E quello è un sorriso che mi ricorda quanto fossi sfigato e quant’era bello giocare in oratorio con i miei compagni”.

Adesso quel bambino è cresciuto, ha 21 anni e da ‘sfigato’ è diventato molto rock; uno di quelli che prime delle partite si carica con AC/DC, Iron Maiden e Pink Floyd nelle cuffie. E’ sempre biondo e gioca sempre in porta. Perché i guantoni da allora non li ha più lasciati. Ed ora Stefano Gori lotta, lavora e para per far conquistare al suo Pro Piacenza la salvezza nel girone A di Serie C. Titolare fisso della squadra di Pea (“Uno che prepara sempre le partite molto scrupolosamente”), domenica scorsa contro il Gavorrano ha tenuto la porta inviolata per la seconda volta in stagione, mentre domenica prossima vivrà il suo primo derby piacentino: “Queste sono le partite più belle del campionato. Ti danno sempre qualcosa in più rispetto ad altre gare. So che è una gara molto sentita qui, una partita di alto livello. Sarà il mio primo derby qui... Gli unici giocati in carriera sono quelli di quando ero nel settore giovanile, al Brescia, al Milan”. Primo rewind. Indietro, fino al 2014, quando si chiudeva la sua parentesi al Brescia e iniziava l’avventura in rossonero: “E’ successo davvero tutto in fretta. Non dovevo neanche andare al Milan… Alla fine però l’ultimo giorno di mercato ho firmato il contratto - ha raccontato ai microfoni di Gianlucadimarzio.com - ed è una cosa che rifarei all’infinito. Perché lì è stata un’esperienza di vita che difficilmente non ti segna, te la porti dietro tutta la vita”.

Ricordi, immagini, insegnamenti, foto. Un Torneo di Viareggio conquistato al suo primo anno da numero uno della Primavera di Pippo Inzaghi. Anzi, col #66 sulle spalle. “Con Inzaghi mi sono trovato subito bene. Poi l’anno in cui è andato in prima squadra ha portato anche me su a fare gli allenamenti con i ‘grandi’. Gli devo tanto perché è stato uno di quelli che ha creduto in me”. Allenamenti, convocazioni e quella ‘prima’ indimenticabile a San Siro: “Era un Milan-Juventus. Vedere lo stadio pieno è qualcosa che ti fa tremare le gambe. Vedere la coreografia… Ho provato emozioni incredibili, che solo il calcio può dare e solo San Siro può dare”. Poi c’erano i compagni, i coetanei e quelli più esperti, da cui imparare: “Io mi sono allenato con Abbiati, Diego Lopez, Agazzi. Portieri che hanno avuto una grande carriera e sono stato davvero fortunato ad aver avuto la possibilità di allenarmi con loro. E sono stato fortunato anche ad aver avuto un allenatore come Alfredo Magni a cui devo veramente tanto. Soprattutto in quel periodo mi ha aiutato tanto. Al Milan, potermi allenare con la prima squadra è stata una fortuna che non so come spiegare. Eccezionale”. Come quella foto, “epica” in cui abbraccia Abbiati: “Ce l’ho ancora come sfondo del computer. E’ un ricordo indelebile, di quelli che non andranno mai via”. Altro scatto, con Miha: “Lì era il primo giorno di ritiro, a Milanello. Non ricordo cosa stesse dicendo ma ascoltavo perché con lui sul comportamento non si può sbagliare. E Donnarumma? “Gigio ho imparato a conoscerlo e lui, calcisticamente parlando, è uno scherzo della natura perché ha delle doti che sono fuori dal comune. Era un fenomeno già prima ma poi aver incontrato Magni è stata una marcia in più anche per lui”.

Portiere… quasi per caso. Iniziato tutto in oratorio, il Santa Maria della Vittoria di Brescia: “E’ a 100 metri da casa mia. Ci passo sempre tuttora, incontro persone che conosco. Mi sono sempre trovato bene lì, per me è come una seconda casa. Ci sono cresciuto, è lì che ho dato i miei primi calci al pallone. Come una famiglia, è l’inizio di tutto. La carriere non iniziano mai quando vai in una grande squadra, iniziano quando sei bambino e ti costruisci il tuo futuro”. Sì, anche se all’inizio giri per il campo in cerca del tuo ruolo che poi scopri sarà tra i pali: “Ho giocato ovunque, sono finito in porta per caso perché quando eravamo in oratorio a un certo punto mancavano proprio i portieri. A giro abbiamo provato un po’ tutti. Poi sono andato io, mi sono trovato bene e sono rimasto lì”. E il primo paio di guantoni non si scorda mai: “Avevano la firma di Buffon ricamata”. Eccolo l’idolo, quello a cui si ispira Gori che però guarda anche un po’ più a nord, tra Inghilterra e Belgio; “Courtois mi piace molto”.

L’oratorio è il luogo, il nonno la persona che più di altre l’hanno fatto avvicinare e innamorare di questo sport: “Ricordo che a 3 o 4 anni andavo nel cortile dietro casa con mio nonno e con lui ho tirato i primi calci al pallone…”, e la voce si rompe un po’ lasciando spazio ad un tono carico di emozione, quello che esce quando si parla di persone speciali. Speciale come il suo legame con la famiglia tutta, perché è a loro (e alla sua fidanzata) che vanno i pensieri, prima e dopo la gara: “Quando finisce la partita, ma anche prima, penso sempre alle cose belle. Finchè l’arbitro non fischia l’inizio, ho sempre l’immagine di mia sorella. Ho il parastinco sinistro con il suo nome infatti. Guardo le foto mie, insieme alla mia ragazza, penso alla mia famiglia. Penso alle persone che mi stanno vicine e chi mi aiutano tanto in questo percorso. E’ tutto dedicato a loro, tutto quello che posso, tutto quello che mi riesce bene è sempre per loro”.

E sarà per loro anche l’obiettivo che spera di conquistare insieme al Pro Piacenza a fine stagione: la salvezza. Una causa sposata l’estate scorsa, arrivando in prestito dal Bari. Quando gli è stata fatta la proposta ‘Stefano ti piacerebbe andare lì?’, non ci ha pensato due volte: “Senza dubitare ho risposto di sì. L’unica cosa che mi interessava e mi serviva era giocare”. E chissà, magari a fine anno potrà ritrovarsi ad aver conquistato la salvezza con il Pro e una promozione col Bari. Un pensiero ad un ritorno in A, comunque Gori l’ha fatto, e già avrebbe pronta la scelta del numero di maglia: ritorno al #66 come ai tempi del Milan “perché è l’anno di nascita di una persona a me molto cara e importante”. Intanto il presente dice Pro, derby e obiettivi da conquistare in Serie C. Sempre con la voglia di giocare, perché in fondo Gori è rimasto quello dell’oratorio. Meno ‘sfigato’, più ‘rock’; sicuramente un portiere che si diverte perché il calcio “è la cosa più bella del mondo e non la cambierei con nient’altro”.



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